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Rubare in chiesa non è rubare la chiesa, ma rubare coloro che dalla chiesa (specie se dall’obolo) si aspettano un aiuto, un sostegno. E’ ferire la carità con la malvagità, è trafiggere la solidarietà fatta di condivisione e alterità con l’arroganza e la tracotanza di chi si sente in diritto di paralizzare lo stile di vita di chi ha scelto la via del dono e della gratuità.

Questo gesto va condannato non tanto perché è un gesto offensivo, quanto piuttosto meschino. Forse più frutto della stupidità che della cattiveria. Il grande teologo protestante D. Bonhoeffer diceva che “per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa”.

Rubare in una chiesa significa rubare la propria madre, la sorella, il fratello. Rubare al proprio figlio che chiederà perché hai osato tanto. Rubare al vicino, al bambino che in chiesa ci gioca e  all’anziano che ha visto quella chiesa resistere anche alla guerra. E’ perfino rubare a se stesso. E’ rubare all’intera comunità. Scippare la fiducia e la convinzione che ci sono dei luoghi  sui quali non si può perché sono luoghi di tutti. Dei vicini e dei lontani.

Forse, dopo aver visto la fiction in Tv,  hanno male interpretato la canzone “Il Testamento di Tito” di De Andrè: “Il quinto comandamento dice non devi rubare e forse io l'ho rispettato, vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato: ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio. Ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”.

Forse una volta – quando la chiesa era dalla parte dei potenti -  poteva avere senso rubare in chiesa per poterlo dare ai poveri. Ma oggi! Se uno ruba a Dio in nome dei poveri non ruba a Dio ma restituisce a Dio ciò che è di Dio, ma chi ruba a Dio per se stesso, ruba anche ai poveri.

Per tale ragione questo gesto è un attentato all’onestà di chi pur tra mille indigenze, in questo tempo di crisi, fa i salti mortali per non morire di fame. Quei soldi erano per i poveri, per gli ultimi. Anche per i ladri che rinunciano ad essere ladri.

E’ un gesto che non va solo contro la comunità ecclesiale, ma contro l’intera città. Il bottino non è stato tanto la somma di denaro trafugata, quanto piuttosto la dignità del luogo che esso rappresenta e di coloro che la frequentano, come anche di coloro che, seppur non credenti, ne ammirano l’opera sociale di promozione e di assistenza. La sua sacralità non è soltanto religiosa, ma sociale, affettiva, umana.  Spirituale e materiale.

Poveri ladri! Non sanno che il Dio al quale hanno derubato è anche amico dei ladri. I suoi ultimi compagni di viaggio, infatti, sono stati due ladroni tra i quali uno lo hanno fatto pure santo.

Li ha visti venire e si è fatto spogliare. Lui, che è già spoglio, e che ha altro da dare. Lui che veste gli ignudi, che rialza chi è caduto e che è vicino a chi ha il cuore ferito.

Lo hanno visto muto e silenzioso come se fosse stato Lui stesso, in una nuova “Operazione S. Gennaro”, a dare il permesso.  Non hanno mai letto nel vangelo questa frase: “a chi ti toglie il mantello non impedire di prenderti anche la tunica” (Lc 6,29). Per questo, forse, mentre stavano scappando via, li ha pure chiamati per consegnare loro quello che pur cercando non hanno trovato. Poi li ha lasciati andare nella speranza che tornassero.

Non sanno i ladri che sono santi anche loro, perché sono stati già perdonati. Come a quel ladrone pentito che è andato per rubare ed è rimasto rubato, quasi rapito nell’estasi della pasqua prossima a venire.

Perché i ladri, anche se sono ladri, non smettono di essere figli.


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