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Si è svolta lunedì sera nella Green Cave di Legambiente la seconda lezione del professor Marco Trotta sull’argomento sacro-religioso (e in un certo senso anche politico-sociale) della diffusione del culto micaelico sul Gargano, il promontorio, il cui nome molto probabilmente prende origine dal Dio Gargantua (e non solo dall’allevatore di nome Gargano che smarrì il toro nel vicino bosco), un Dio presente nelle civiltà indoeuropee antiche, che proteggeva dalle malattie della gola soppiantato con l’affermarsi del cristianesimo dalla devozione per San Biagio, anche lui protettore contro le malattie della gola. A fare gli onori di casa, Franco Salcuni di Legambiente, che ha presentato l’ospite Marco Trotta, introducendo il tema di dibattito. In questa seconda lezione sul tema del culto micaelico, Marco Trotta ha preso in esame il periodo altomedievale e tardoantico, ed in particolar modo la fase di monumentalizzazione del santuario, intorno alla metà del VII secolo d.c., quando fu edificato quello che adesso costituisce il sito Unesco, situato nelle cripte dell’attuale Celeste Basilica. Trotta ha spiegato come proprio intorno alla metà del VII secolo i longobardi-beneventani alleati dei sipontini, per affermare la loro superiorità ed avere uno sbocco al mare con un porto navale funzionale alle loro necessità, avessero ingaggiato battaglia contro i greci-napoletani contro i quali i sipontini (alleati dei beneventani) riportarono un’importante vittoria. I longobardi si sostituirono dunque al dominio bizantino, un’impronta quella bizantina che sempre secondo Marco Trotta ebbe due fasi: una prelongobarda ed una postlongobarda (al tempo, quest’ultima, delle porte di bronzo bizantine, datate 1076 che danno accesso alla chiesa propriamente detta). Successivamente ai Longobardi si instaurò, circa due-tre secoli dopo, il vescovado di Leone Garganico archiepiscopus di Siponto, il quale darà vita alla concattedralità tra Siponto e Monte Sant’Angelo, una rivalità che nel tempo vedrà soccombere la chiesa montanara. Ecco come Marco Trotta ha introdotto l’argomento della nascita del culto micaelico sul Gargano:  “Tutto ha inizio con il Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano, un documento in latino (poi tradotto anche in greco) molto probabilmente scritto in epoca longobarda in cui si narra la storia della nascita del culto micaelico sul Gargano, una leggenda (dal latino “legenda” perchè veniva letta durante le celebrazioni religiose) che racconta l’ascesa al Monte Gargano dei “cives” (cittadini) sipontini guidati dai vescovi locali e, secondo la tradizione da Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (al quale era apparso in sogno l’Arcangelo Michele) che però a quanto pare – ha spiegato proprio Trotta – non fu un personaggio storico realmente esistito.” Secondo Marco Trotta infatti la figura di Lorenzo Maiorano, cugino dell’imperatore di Bisanzio, Zenone, fu letteralmente inventata (n 5 secoli dopo il primo pellegrinaggio del popolo sipontino (raffigurato in numerosi affreschi e pitture non solo nelle chiese locali). In realtà, a parere di Trotta, il culto micaelico si diffonde in ragione della devozione popolare verso San Michele del popolo sipontino, una “Ecclesia” quella della città di Siponto che si contrapporrà alla “Ecclesia” di Monte Sant’Angelo (per via della contesa sulla contitolarità della sede vescovile), due Ecclesiae che dal punto di vista diocesano appartengono però alla stessa comunità. “Un’importanza notevole – ha detto sempre Marco Trotta – assume la devozione popolare anche per gli aspetti non propriamente religiosi del culto micaelico, come le proprietà dell’acqua, ritenuta taumaturgica, che stillava all’interno della grotta di San Michele, una grotta in epoca altomedievale caratterizzata da un avancorpo e da uno “specus”. L’acqua miracolosa veniva bevuta dai fedeli, dopo le celebrazioni religiose, all’interno dell’antro, a testimonianza del potere taumaturgico dell’Arcangelo Michele, una consuetudine, quella di bere l’acqua di San Michele, presente fino alla metà degli anni settanta del secolo scorso”, quando per motivi sanitari (pericolo di diffusione del colera) il “rito” fu vietato. Sempre secondo Marco Trotta, il simbolo della consacrazione della grotta di San Michele, poi divenuta Celeste Basilica, era il ritrovamento (inventio) di un’impronta di piede umano, attribuita al santo guerriero, nei pressi del tempietto che fino ad allora era greco-romano, dedicato a Calcante, segno anche dell’autoconsacrazione della grotta da parte dell’Arcangelo Michele. Forse proprio per il riferimento ai piedi, al muoversi a piedi (pedibus ire), il santuario di San Michele è stato meta continua di viaggiatori (viatores), che giungevano anche dal nord Europa. L’Ecclesia montanara - ha spiegato Trotta - è appunto l’emblema dei pellegrini che giungevano penitenti da tutt’Europa per espiare i loro peccati (ubi saxa panduntur, ibi peccata hominum remittuntur, dove si aprono i sassi là i peccati degli uomini saranno rimessi) in un luogo, quello della dimora di San Michele ritenuto Terribilis et Porta Coeli come è testualmente scritto in latino sulla navata del portale che dà accesso alla scalinata”. Alla fine della dissertazione di Marco Trotta, Franco Salcuni ha spiegato che le attività della Green Cave sono ricominciate e che essa diventerà un centro educativo in sinergia con le scuole per promuovere il turismo scolastico. Una delle prossime iniziative sarà la collaborazione con le scuole locali per una visita ai siti dell’Aquila (di cui era originario Celestino V), Monte Sant’Angelo e Santa Maria di Leuca (santuario di finibus Terrae). La prossima lezione del professor Marco Trotta si terrà il 21 ottobre per completare il ciclo di seminari su un tema, quello del culto micaelico, ampiamente sviscerato nell’ultima pubblicazione di Trotta (ricercatore dell’Università di Bari “Aldo Moro”), intitolata “Il santuario di San Michele sul Gargano dal Tardoantico all’Altomedioevo”, un volume che si può comprare proprio nella Green Cave.

Matteo Rinaldi