A PROPOSITO DI FABO

Il dolore non lo si spiega, ma lo si condivide

Non posso "imporre" un mio valore ad un altro se questi non ha la mia stessa visione del mondo. L’etica non nasce a colpi di legge e di regole fatte da uno Stato. Non è il diritto che crea i valori, ma al contrario i valori che esigono regole giuridiche atte a tutelarli. Ma in periodo di forte relativismo, ognuno sceglie la propria etica in base alla propria visione della vita, che implica anche una scelta metafisica o empiristica, atea o di fede, utilitaristica o oblativa. Non posso imporre all’altro i miei valori quindi, ma ragionandoci sopra, posso solo aiutarlo a capire le mie ragioni dopo che io ho capito le sue.

Ed è proprio questo il problema: a quale ragione appellarci in un mondo che ha perso la ragione? Nel passato dominava la ragione ispirata dalla fede e dalla religione, oggi invece domina il modello di razionalità utilitaristica che al posto della “sacralità” della vita sostituisce l’idea della “qualità” della vita. L’etica si trova senza alcun fondamento se non il criterio della scelta soggettiva che fa di ciascuno il padrone dei propri atti, e anche della vita.

In questo nuovo contesto di fronte a chi non la pensa come me posso solo proporgli il mio valore e testimoniarlo con la vita, rendere credibile ciò che dico e ciò in cui credo.

Il dolore non lo si spiega, ma lo si condivide. E’ un percorso da fare insieme, nella consapevolezza che è difficile individuare la soglia oltre la quale decidere fino a che punto merita di essere ancora sopportarlo senza che mi tolga la dignità.

Da cristiano io ho una ragione in più per affrontarlo, ma non posso imporre tale mia esperienza a uno che non crede. Come Fabo ci sono tanti altri facendo leva su altre ragioni decidono di restare e non di andare via prima del tempo. Sono costoro che hanno in questi giorni il diritto di parlare e di testimoniare che il dolore non toglie dignità, ma che al contrario rivela aspetti della vita che se di solito rimangono nascosti, e che, seppur difficili, comunque fanno parte di noi.

Quello che manca oggi è un’ermeneutica del dolore, che sia in grado di dare un senso al soffrire al di là di ciò che il dolore toglie. Di certo non aiutano i benpensanti moralisti che sono facili a giudicare. Più che il giudizio ci vuole l'accompagnamento, una società che eviti di arrivare all’esperienza del dolore con un profondo senso di inutilità. Ciò che bisogna evitare è proprio il dolore inutile. Ed esso diventa tale quando il metro di giudizio è solo l’arco immanente di un tempo senza un oltre. E così si finisce con il provare un senso di abbandono e di perdita infeconda a cui si vorrebbe al più presto porre fine.

Per tutte queste ragioni, pur non condividendo la scelta di Fabo. lo rispetto fino in fondo, fino a quel fondo in cui la vita incontra la morte e tutto si fa mistero che fa tacere tutti i giudizi e tutte le argomentazioni.

E il buon Dio, che pur non amando il dolore si è fatto dolore per incontrarci quando noi cadiamo in esso, sa leggere nel cuore di chi in quel dolore avrebbe voluto trovare un senso ultimo che tocca a noi ridisegnare.