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La passione di Cristo comincia di sera. Al tramonto. Quando il tempo sembra essere arrivato alla fine. Comincia attorno ad un tavolo dove si consuma un invito a cena. La tavola: il luogo dei legami caldi, degli guardi semplici. Delle amicizie sussurrate. Delle parole vicine. Della gioia condivisa. Un pezzo di pane e un calice di vino. Pane e vino: il cibo di chi non chiede di più. Cibo e bevanda di fraternità. Di essenzialità.

Prendete”. Gesù usa i verbi di chi si offre e non i verbi di chi prende e toglie. Egli non sottrae ma dona e colma. Lui non prende, ma si lascia prendere. Non vuole possedere ma vuole liberare. Non mangia, ma si lascia mangiare. Non trasforma le pietre in un facile pane per saziarsi di ciò che non è suo. Non affama ma sfama. Non illude con un pane a buon mercato. Lui nutre con il pane della stessa vita. Non cambia la fame per venderti un pane che non sazia.

Lui entra nella tua fame. In quella che non conosci per darti un pane che non hai. Lui è il prigioniero della tua fame e non tu della sua. Lui ha una sola fame: la fame di farsi pane. Pane per te. Fame di dare se stesso per te. E’ proprio vero, come diceva il filosofo materialista e ateo Feuerbach, che “l’uomo è ciò che mangia”, ma ciò è ancor più vero solo se ciò che mangia non soddisfa solo il suo bisogno di non morire, ma ancor più la sua fame di eternità.

Mangiate”. Lui non scarica nessuno, ma tutti prende su di sé. Dentro di sé Nell’abisso insondabile di un cuore che viene da lontano. Un cuore che stupisce chi non se lo aspetta e scandalizza chi non lo capisce. “Prendete” è un verbo eterno. Tipico di un Dio che si offre da sempre. Dio si è offerto anche quando non c’eravamo. Nella nostra assenza Lui ha intessuto la nostra presenza. Nel cuore del suo pensiero ha tracciato la via del nostro venire al mondo. Dalla sua offerta è cominciata la nostra esistenza. Dalla sua libertà di lasciarci essere è scaturita la nostra di dirgli “si” oppure “no”. Tutto è cominciato da questo dono iniziale che ora in questa cena si ripete e si compie.

All’inizio era il dono. Un dono che ora si fa per-dono anche per chi lo tradirà.

Questo è il mio corpo”. Gesù non dona parole, non fa conferenze, non confeziona ideologie e non fa promesse. Non fa l’intellettuale speculando sul dolore promettendo un amore che mai si farà realtà. Lui costruisce relazioni. Aggancia storie e incrocia i volti. Cade nel calice del dolore altrui facendosi lui dolore al posto tuo. Egli non spezza nessuno, ma spezza e frantuma se stesso facendo del suo corpo un luogo universale in cui accogliere e raccogliere tutti. I lontani e i vicini, i dimenticati e e gli insani. Coloro che han creduto più alle cose che a Lui. Lascia fuori solo i benpensanti e i presuntuosi. I giudici frettolosi che sanno guardare più la pagliuzza nell’occhio del fratello piuttosto che la trave nei propri occhi. Coloro che si sentono meritevoli più degli altri, quelli che si aspettano da Dio un amore dovuto come ricompensa alle loro opere buone. Nel suo corpo entrano tutti. Nel suo corpo spezzato il mondo intero si ricompone. Ritrova la sua unità perduta.

Si mise a lavare i piedi”. I piedi sono la parte del nostro corpo che più è vicina alla terra (humus). Alla polvere. La terra e la povere di cui siamo fatti. La parte in cui è scritta la memoria della nostra fragilità. La trascendenza entra nel cuore dell’immanenza. Nel punto più lontano dal cielo. In basso. Il luogo verso cui l’alto si piega. Gesù rifà l’uomo. Ricrea tutto l’uomo cominciando dai piedi: dal punto zero della sua debolezza. Dalla parte più periferica del nostro corpo. I piedi sono la cifra della nostra fragilità, il punto in cui siamo più vulnerabili (cfr. il tallone di Achille).

I piedi sono anche il nostro punto di appoggio. “Stare in piedi” significa avere un fondamento. Un punto di riferimento. Ma i piedi sono sporchi, feriti, stanchi. Senza fondamento, stanno precipitando, come direbbe Nietzsche “verso un infinito nulla”. Senza terraferma, viaggiamo, come dice Morin, muovendoci in un arcipelago di profonde incertezze. Piedi pronti a cadere o forse che sono già caduti. Lavando i piedi Gesù li rimette in sesto. Ci rimette in piedi. Rialza verso l’alto chi è caduto in basso. Rovescia le geometrie dei potenti. Ci ridona la regalità perduta dopo che siamo stati detronizzati e spodestati della nostra stessa dignità (Pascal dice che l’uomo è un “roi déchu) con un inganno che ci voleva re in modo autoreferenziale.

Depose le vesti e si cinse i fianchi”. Gesù non segue la logica dell’usa e getta. Lui non usa o si serve degli altri per fare profitto. Per fare gruppo. Lui non seduce, non cerca il consenso. Lui serve e non si serve. Per questo lava lo scarto. E per la vare i piedi si spoglia. Depone le vesti. Dopo essersi spogliato della sua divinità (“Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” dice Paolo in Fil 2) ecco che si spoglia della sua umanità. Depone il potere e sceglie la via del servizio. Si spoglia e si dona. La sua donazione è un provocazione.

Si abbassa e si china. Scende nei bassifondi cominciando dagli sarti. Trasforma un gesto di umiliazione in un gesto di esaltazione. E’ la logica dell’amore. Il dono si compie nella spoliazione e nella totale condivisione. O, come direbbe Levinas, nella totale sostituzione.

Un Dio chinato, un Dio abbassato. Nel suo abbassamento il mio innalzamento. Un Dio scomodo, inconcepibile, tant’è che Pietro glielo impedisce.

Lavare i piedi e non gettare bombe o lanciare gas sui bambini. Costruire ponti e non alzare muri. Servire e non asservire. Liberare i piedi e non mettere lacci. Liberare per far volare e non incatenare per sfruttare.

La lavanda dei piedi in “Coena domini” non è solo un rito, è una rivoluzione culturale. Una rivoluzione sociale. Una rivoluzione interiore. Una rivoluzione politica.

E’ molto scomodo. Perciò forse è meglio non andare in chiesa. E’ pericoloso partecipare a questo grande evento. O se ne esce cambiati indossando come diceva Don Tonino Bello, il “grembiule”, che è la vera veste battesimale, oppure ipocritamente faremo finta di niente, come se nulla fosse davvero accaduto.

E se così sarà, sarà di nuovo tradimento. Tradire senza tradire. Un tradere che non consegna. Che non partecipa di questa nuova logica che è la logica del dono.