Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando.


 AMORE

VARIAZIONI SUL TEMA

di M. Illiceto

 1.

Parlare dell’amore è costringerlo a stare nelle parole che non abbiamo. A starne fuori quando ne abusiamo. È difficile parlarne senza mai nominarlo per dargli una veste che forse non gli appartiene. Nominarlo è già violarlo. Meglio è sfiorarlo senza contaminarlo. Abitarlo senza mai possederlo. Lasciare che accada senza consumarlo. Farlo diventare linguaggio senza che smetta di essere silenzio. È  difficile farlo senza disturbarlo. E ciò proprio a motivo del fatto che potrebbe risultare troppo facile farlo. Talmente facile che diventa difficile. In amore la facilità – o presunta tale – è più un ostacolo che un aiuto. Più un rischio che un vantaggio. Una via per inflazionarlo piuttosto che scioglierlo e liberarlo. In amore, come dice va Rilke dovremmo tornare al difficile: «La gente (con l’aiuto di convenzioni) ha dissoluto tutto in facilità e della facilità nella più facile china; […] che alcuna cosa sia difficile dev’essere una ragione di più per attuarla […] Anche amare è bene: ché l’amore è difficile» (R.M.Rilke, Lettere a un giovane poeta. Lettere a una giovane signora su Dio, Adelphi, p. 48).

È  difficile parlare dell’amore senza rischiare di sporcarlo, di scoperchiarlo, di farlo venire allo scoperto, imponendogli di lasciare una volta per sempre  le sue retrovie, lo spazio nudo in cui è nato senza che si faccia violenza ai suoi segreti, ai suoi ritardi, ai suoi lunghi silenzi. Al suo nascondimento. Si rischia di stanarlo e renderlo ostaggio dei nostri bisogni, che, come dice Bauman, oggi sono diventati capricci. Come anche dei nostri abusi. Delle nostre preferenze e anche delle nostre aspettative. Per questo ogni tanto ci abbandona e si ritira nei luoghi in cui bisogna continuare a cercarlo.

Parlarne oggi significa andarlo a riprendere da quel pantano di parole inflazionate in cui è caduto senza che nessuno se ne sia accorto. C’è troppo amore in giro: nelle parole, nelle visioni, nelle scene artificiali e artificiose del mondo virtuale, nei social network, nei negozi. C’è troppo amore in giro, per questo forse ce n’è poco. Poco nei corpi e sui volti, molto nelle parti anatomiche vivisezionate e smembrate che di esso vengono offerte per saziare la voracità visiva di chi è fuori dal proprio sguardo.

Oggi ci manca la mancanza come radice del desiderio (Cfr. Isabella Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Ponte alle grazie, Milano 2017, p. 62). Ma purtroppo nella società liquida l’amore da desiderio si è trasformato in pura voglia. Come scrive Bauman avviene «come per lo shopping: oggi chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio […] ma semplicemente per togliersi una voglia […] Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare» (Z. Bauman, Amore liquido, trad. it., Bari-Roma, Laterza, 2003, p. 17).

All’amore invece piace nascondersi nel gesto semplice di una carezza, di un bacio, di un abbraccio fugace, di uno sguardo discreto, di una intimità che resiste ad ogni forma di visibilità e di ostentazione (cfr. A. Giddens, La trasformazione dell’intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne, Il Mulino, Bologna 1995). L’amore non confonde l’esposizione con l’esibizione. Esige il raccoglimento dell’interiorità per attraversare tutto lo spazio dell’esteriorità.

Quando l’amore smette di essere cammino, fa presto a trasformarsi in una stazione di servizio. E la vocazione, come ha scritto il filosofo coreano di lingua tedesca, Byung-Chul Han, cede il posto alla prestazione (Byung-Chul Han, Eros in agonia, tr. it. di F. Buongiorno, Nottetempo Edizioni 2013), la sorpresa alla pianificazione, il miracolo al sensazionale.

....Continua