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Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

L’amore è lottare con se stessi per elevarsi al di sopra dei propri bisogni. Per uscire fuori dal grembo in cui si è nati. Andare via di casa per nascere una seconda volta fuori dal proprio grembo. Per farsi grembo di ogni luogo che ne è rimasto senza. Lontani dal proprio cordone ombelicale. Per uscire fuori dalla tana del proprio io. Per restare senza  più io ed essere così degni di diventare suoi discepoli. L’io è un maestro che desidera essere lasciato. Dismesso. Oltrepassato. L’amore è esodo.

L’amore è  liberazione da tutto ciò che mi impedisce di essere per l’altro. Di essere me stesso. Me stesso oltre me stesso. Me stesso senza più me stesso. Me stesso per l’altro. Fin dentro l’altro. Laddove non potrei stare se lui non lo volesse. Perché amare è scoprire di non bastare a se stessi. «Vuoi sapere chi tu sei per me. E allora ecco: tu sei colei che mi impedisce di bastarmi […] Tu mi hai dato la cosa più preziosa di tutte: la mancanza!» (C. BOBIN, Più viva che mai, San Paolo, Roma 2010 p. 67).

Per questo l’amore concede sempre un pò di tempo perché uno possa imparare la sua arte. Chi lo riduce a pura tecnica invece non lo capisce. Lo dissipa e lo svilisce. Passerà oltre e rimarrà straniero. A volte lo si carica di ambiguità per avere la scusa di restare neutrali. Per poterlo usare da ogni lato. Per diventare suo tutore. Per farsi garante di un guscio rimasto vuoto. Eppure «prima di imparare ad amare bisogna imparare ad essere» (M. R. Bous, Imparare ad amare, Edizioni Qiqajon, 2008, p. 39).

Siamo  tutti bravi a farne uso. A consumarlo. Tutti esperti a trattarlo come un amico abitudinario. Ridotti a semplici “collezionisti di esperienze” (Z. Bauman) siamo sempre pronti a raccontare le nostre ultime scappatelle, perché per noi ormai l’amore è solo un cumulo di opportunità, un ventaglio di possibilità in cui giocarci . Tutti i tratti ormai sembrano svelati, mentre l’amore è come un bambino che deve essere ancora accolto. L’amore non cerca tutori, né ingannatori. Non cerca esperti che collezionino trofei, né sapienti sazi di sapere, ma ignoranti che come diceva Pascal «cercano gemendo».

L’amore è una tentazione travestita di innocenza. Infatti, può darsi che abbia ragione Bataille il quale ha sostenuto che nell’erotismo «ciò che è sempre in gioco sia la possibilità di sostituire, all’isolamento dell’individuo, alla sua discontinuità, un sentimento di profonda continuità» (G. Bataille, L’erotismo, Mondadori, Milano 1969, p. 17). In questo senso l’eros è una via di fuga dal disordine implicito nell’ordine delle cose. Eppure in molti casi l’amore è una tentazione in attesa di diventare benedizione. O anche maledizione. Certo non è riparo. Sbaglia chi lo pensa. Si trova subito scoperto chi in esso si rifugia. L’amore è mare aperto e mai porto sicuro. È  oceano tempestoso e mai terraferma. Arcipelago (di stelle) e mai soltanto isola felice. Più naufragio che salvataggio. Molto più abisso che superficie. Fondo senza fondo in cui ogni altezza capovolge chi, cadendo, vi è rimasto dentro. Eppure resta l’unica forma di elevazione. Cammino che ci fa fare esperienza di quella trascendenza (senza o con Dio?) quale cifra della nostra esistenza.

     E se in Platone l’eros è trascendenza perché è mosso dalla passione, in Kierkegaard è trascendenza perché è risposta ad un appello, vocazione che si disegna sulle tracce dell’Invisibile. E così l’eros divenne ancor più ascetico (già lo era con la “scala erotica” di Platone) nel momento in cui divenne anche etico, liberandosi dal solo piano estetico. Non come “imperativo categorico o assunzione di una norma, ma come obbedienza a quel comandamento che da sempre si trova scritto sul volto dell’altro. Esso che fino ad ora ci ha sempre detto “Non uccidere” (cfr. E. Lévinas, Difficile libertà. Saggi sul giudaismo, Editrice La Scuola, Brescia 1986, p. 60), ora invece ci dice “Tu mi amerai”.

Eppure l’amore non ci salva. Ci eleva senza tuttavia salvarci, perché mentre ci lega al cielo ci tiene fissi alla terra. Alla fragilità della nostra carne. «Resta l’amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla» (C. Bobin, Elogio del nulla, cit., p. 39).

…continua

 

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