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 Maria. Donna del primo sguardo

Lo sguardo è il tatto degli occhi. Primo luogo in cui accogliamo l’altro nel mentre viene a noi. Dove trasformiamo il suo abbandono in dono. Dove lo raccogliamo dalla caduta verso un possibile niente.

Come una frase classica afferma, gli occhi sono lo specchio dell’anima. Rivelano all’esterno quello che siamo all’interno. Attraverso di essi gli altri e il mondo entrano dentro di noi, come noi dentro di loro. Soglia che delimita l’interno e l’esterno.

Maria metteva gli occhi dove metteva l’anima. Occhi e anima in lei erano tutt’uno. Non solo specchio che riflette o nasconde, ma soglia, finestra, luogo di cerniera tra il mondo interno e il mondo esterno. Il dentro e il fuori raccolti in un oltre che la portava lontano. Lei sapeva che l’oltre è il luogo dell’Altro: di Colui che trascende i suoi stessi sguardi mentre li attraversava e li illuminava.

C’è chi per guardare deve alzare gli occhi e chi invece li deve abbassare. Maria per guardare il suo Dio non aveva più bisogno di alzare lo sguardo. Ormai, le bastava abbassare gli occhi per posarli laddove il suo Dio si era accasato. In quel suo grembo ogni abbassamento si faceva elevazione e viceversa ogni innalzamento si faceva abbassamento. 

Di lei don Tonino dice che «è stata lei la prima a posare gli occhi sul corpo nudo di Dio. E l'ha avvolto immediatamente con lo sguardo». Lei è stata la prima a vedere Dio nudo. A vedere Dio fuori da Dio. Un Dio lontano da Dio. Un Dio calato nella umanità di un bambino esposto al freddo e al gelo. In tutta la sua  fragilità. Ha posato per prima lo sguardo su Dio fuori dalla sua onnipotenza. Un Dio spogliato di tutto. Un Dio mendicante di umanità. Mendicante di sguardi caldi che solo una madre avrebbe potuto dare. 

Nudità per nudità. Quando sei nudo il primo vestito che puoi trovare è lo sguardo pietoso di qualcuno che ti raccoglie e ti accoglie. Maria inaugura quel “Vangelo della tenerezza” fatto di sguardi disarmati e disarmanti, che proprio quel bambino, che ora tiene in braccio, da grande inaugurerà, sconvolgendo tutti. Maria non si limita a “vedere”, ma posa il suo sguardo trasfigurando la realtà. Lascia su quel corpo tracce di indelebile tenerezza che non nessun dolore mai cancellerà.

Da grandi noi siamo il riflesso degli sguardi ricevuti, la somma degli sguardi che si sono posati su di noi. Gesù stesso farà memoria di questo sguardo e da grande lo offrirà ad altri, ai denudati che incontrerà. Sguardo che veste o sguardo che spoglia? Che difficile decisione!

Maria offre riparo alla luce. Maria posa gli occhi nel cuore del mistero. Entra laddove mai nessuno è entrato. Entra nel luogo dove pulsa la vita come scriverà anni dopo nel suo Vangelo il discepolo che la prenderà nella sua casa, il discepolo che Gesù amava, Giovanni: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1,4). Per questo, dice don Tonino, Maria «l'ha coperto subito nei panni, quasi per comprimere la luce di quel corpo e non rimanerne accecata. Eccolo lì, 1'atteso delle genti lambito dagli occhi di Maria, come agnello tremante sfiorato dalla lingua materna».

Maria copre la luce con uno sguardo di luce. Offre riparo alla luce nel tempo del suo nascondimento, nella fase sua fragile incompiutezza. La luce che si nasconde in un bambino viene da Maria raccolta e custodita per il tempo che verrà. Spoglia la luce per custodirne il mistero, lasciandosi spogliare dalla luce. Ci sono tempi nei quali è la luce a custodire noi e tempi nei quali è la luce che ci chiede di custodire lei. Chi vede Maria nei suoi occhi, vede ancora riflessa quella luce del Figlio da lei custodita nel tempo della sua infanzia.

L’essenziale è invisibile agli occhi. Gli occhi di Maria si muovono tra occhi «stanchi di scrutare» un cielo che su di noi ormai tace muto, come capita anche a noi oggi che abbiamo a che fare con un cristianesimo che, dopo la “morte di Dio”, dal filosofo Galimberti definito La religione dal cielo vuoto. Gli occhi di Maria si muovono tra occhi delusi a causa di questa “notte del mondo” (Heidegger) che imperterrita allunga le sue ombre nelle coscienze svuotate di senso e di speranza. Occhi disperati «per ritardi imprevisti. Stanchi per lunghe vigilie. Fiammeggianti per subitanee speranze. Chiusi sottoterra per sempre, dopo l'ultima struggente invocazione: “Ostende faciem tuam!”». Come dice Don Tonino,  «Occhi di vegliardi e di bambini. Occhi di esuli e di oppressi. Occhi di sofferenti e di sognatori».

Maria donna dello stupore. In un mondo dove «le falde profonde della meraviglia si sono prosciugate. Dove, vittime della noia, conduciamo una vita arida di estasi. Ci sfilano sotto gli occhi solo cose già viste, come sequenze di un film ripetute più volte», ecco che lo sguardo di Maria non è fatto di curiosità, ma di puro stupore per un evento che la copre e la riempie di meraviglia sempre nuova. Lo stupore è la capacità di “trasalire”, di elevarci oltre l’immediatezza di ciò che è scaduto nella pura ovvietà. Lo stupore riaccende l’estasi nella notte della pura noia.

A noi che «viviamo stagioni senza primizie di vendemmie», lo sguardo di Maria dona il sapore dell’attesa di qualcosa di cui non saremo mai padroni. Lei ha «provato le sorprese di Dio», «il gusto delle esperienze che salvano», «la gioia degli incontri decisivi che hanno il sapore della "prima volta"».

Sguardo di tenerezza. La tenerezza è la grazia di chi nella tua fragilità sa starti accanto senza fare ombra a quel poco di luce che ancora ti è rimasta. Senza farti vergognare di quella tua nudità che più non copre l’ultimo lembo della tua dignità.

Ci sono sguardi che vestono e sguardi che spogliano. Quelli di Maria «vestirono di carità il Figlio di Dio. I nostri invece, spogliano con cupidigia i figli dell'uomo». Ci sono sguardi che sfiorano, che “amano, illuminando senza mai toccare l’ombra” (C. Bobin) e sguardi che catturano. Le palpebre di Maria «quella notte, sfiorarono 1'Agnello deposto ai suoi piedi con un tiepido brivido d'ala. Le nostre, invece, si poggiano sulle cose, pesanti come pietre. Passano sulla pelle, ruvide come stracci di bottega. Feriscono i volti, come lame di rasoio». 

I suoi sono «occhi trasparenti di santità». Occhi che accarezzano e non che trattengono. Il suo sguardo non è fatto per penetrare, ma per vegliare. Sguardo di custodia e di cura, e non di possesso e di consumo. Maria non guardava per prendere, per catturare, ma solo per contemplare, per lasciare che il mistero le crescesse dentro. Maria donna dallo sguardo accogliente e ospitale. Non guardava quel bambino per carpirne il segreto, ma perché esso potesse farsi anima nel cuore del tempo, sì da poter germogliare a tempo opportuno.

Ci sono sguardi che liberano e sguardi che contaminano. A noi che spesso «spegniamo gli sguardi delle generazioni future», Maria ci insegna che a volte gli occhi possono essere gravidi di futuro, se come piccole luci nella notte del mondo  sanno accendere sentieri di speranza.

A noi che amiamo la trasparenza dell’esibizione che costruisce verità accomodanti, Maria insegna a portare «sempre negli occhi incontaminati i riverberi della trasparenza di Dio», per stare dalla parte della verità ed evitare la logica delle maschere. Maria sa che gli occhi che ci mancano sono quelli per guardarci dentro. Per spogliarci senza vergognarci. Per elevarci senza essere illusi. Lei che vedeva il Figlio, ha saputo guardarsi attraverso il Figlio. Lei ha capito che il vero sguardo è quello del cuore, perché, come diceva Pascal, «il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende».

Lei sa che la prima volta che siamo stati guardati noi non avevamo ancora gli occhi, e «che nel fondo dell' anima ci è rimasta la nostalgia di quello sguardo». Lo cerchiamo mentre da esso siamo cercati. Lei lo ha trovato e lì si è fermata. Maria - donna del primo sguardo - ha cercato quello sguardo originario e primo che da sempre su di lei si era posato.

Entrare nello sguardo di Maria è entrare con occhi nuovi nella nuova creazione. Perché, «dopo una foresta di attese, [lei è stata] riviera limpidissima bagnata dal fiume della grazia».

Maria ci insegna a posare lo sguardo su Dio senza mai pretendere di catturarlo. A guardarlo negli occhi attraverso quella nostra fragilità che se non ce lo fa vedere, di certo ce lo fa cercare. Per poterci anche noi guardare con gli occhi con i quali Egli da sempre guarda noi.

*Tutti i  testi su Don Tonino Bello pubblicati su questa pagina di Skepsis non sono che una parte di un volume al quale l’autore sta lavorando e che verrà pubblicato per la fine dell’anno.