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(foto Lina Taronna)

 

 Ogni stagione ha la sua peculiarità. Ciascuna a modo suo ci sorprende e ci consegna una propria filosofia. In autunno la natura, si prende una pausa, si congeda da noi. E’ come se ci lasciasse per qualche tempo ai nostri stupidi rumori, al nostro inutile chiasso, al nostro frenetico correre dietro a ciò che ci sarà tolto. Ci lascia ai nostri rancori, alle nostre insoddisfazioni. Ai nostri litigi, ai nostri egoismi e ai nostri eccessi. E non lo fa per stanchezza, ma per saggezza. Non è una fuga, ma un ritiro. Si smaterializza non per scomparire, ma per spiritualizzarsi.

Non usa la forza e la potenza per farlo, ma i colori, accesi e intensi, enigmatici, per costringerci a fermarci. A riflettere. A pensare e a pensarla. A ripensare, per ripensarci. A tal proposito così cantava Guccini nella “Canzone dei 12 mesi”: “Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull' età, dopo l' estate porta il dono usato della perplessità... Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità, come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità...”.

In autunno la natura sembra quasi assentarsi, è come se si rendesse impalpabile. Ci parla tacendo. Cade in un sonno profondo, ed ogni paesaggio sa quasi di sogno. Un incanto che non la esalta, né la celebra, ma la rende soltanto presente in modo diverso. Appare come velata, adombrata in un mistero dentro il quale vorrebbe portare anche noi, anche se sa che non siamo ancora pronti, avvinghiati come siamo dai nostri affanni e dalle nostre diatribe. Per questo rimane sola con se stessa lasciandoci soli senza noi stessi.

Gli spazi si restringono e i sentieri sembrano interrompersi. Tutto affonda oltre una superficie che nulla rivela. In una profondità orizzontale, dove ogni immanenza sa di trascendenza. "La vera natura delle cose ama celarsi" diceva il vecchio e saggio Eraclito. Ecco, in autunno la natura torna ai suoi segreti, ai suoi silenzi, al suo mistico nascondimento, ai suoi ritmi lenti, alla semplicità di chi sa stare al proprio posto. E lo fa per riprendersi in mano, per tornare a respirare, per ricominciare da ciò che di essa ai nostri occhi finisce, per liberarsi da noi che la soffochiamo e la sciupiamo, e che forse, in fondo, non la meritiamo.

L’autunno è la stagione in cui le folle si disgregano, si disperdono. Dove ciascuno torna alla propria individualità, alla propria storia, a smascherare le proprie illusioni, le proprie inutili fughe. Perché in autunno la natura ci insegna a cadere, come le foglie, a sentire il profumo della terra che il sole, anche se più non riscalda, mai si nega senza che dia un suo timido raggio.

Ci insegna a separarci dal nostro albero, come se dovessimo lasciare tutto in un attimo, senza avere il tempo di capire, di sentirci padroni delle nostre ultime ore. Senza poter portare nulla con noi che di nulla siamo padroni. Per lasciarci condurre dal vento che ci fa da padre nella stagione della nostra comune orfananza. Separandoci, ci insegna che morire non è lasciare, ma solo un tornare alle proprie radici.

In autunno il calore si bacia col freddo, invocando un tepore che rende più ospitale il nostro cuore, che non disdegna l’umido andare di chi si espone. Ritornano gli abbracci senza sudore, l’intimità che si nutre di sincerità. Torna la semplicità di chi non chiede nulla più di quanto già non abbia.

In autunno la natura sembra mettere da parte la propria esuberanza, la sua scontata bellezza, la sua facile seduzione. La sua evidente accessibilità. La sua consumata esibizione. Mette da parte ciò per cui serve. La sua fottuta utilità. Comincia a spogliarsi per incantarci con la sua nudità. Con la sua essenzialità che sa quasi di povertà.

Le piace restare lì dov’è, quasi impotente. In una ovvietà che lei sa trasformare in spazio di novità. Autolimitandosi, ci insegna a fare i conti con i nostri limiti, con il nostro cominciare e il nostro finire. Il nostro andare e il nostro tramontare. Ci insegna a non gridare, a non sbraitare. A non avere l’arroganza o la presunzione di chi vorrebbe tutto e subito. In autunno la natura ci insegna la mitezza, l’umiltà propria di chi comincia a ricordare che, in fondo, non è nulla se non un essere fatto solo di terra.

Eppure, in autunno il cielo non manca. Anche se sembra addormentato come un innamorato tra le braccia di una sposa che ora si veste di rosso, non smette di giocare tra i rami ormai spogli. E’ orfano di stelle e di uccelli che, in stormi, scappando lo tingono a volte di nero e altre volte di giallo. Sembra avere il colore della nostra anima stanca, che conta i giorni guardando più quelli andati che quelli che a venire. Cielo muto che tuttavia non ci lascia mai soli. Anzi, che per starci vicino, in ogni goccia di pioggia, lacrima su di noi fino a farsi carezza dentro di noi.

Con i suoi colori, l’autunno ci insegna a tramontare senza rimpianti, senza rancore. Non è rassegnazione, ma giusta constatazione di una stagione che ci ricorda la nostra costitutiva fragilità. Ci insegna a lasciare la scena senza che la vita smetta di pulsare in noi, perchè essa sa che la vita non ci appartiene. Ma ci è solo affidata. La vita non si ripete, come invece pensava Nietzsche, ma si rinnova: in noi e oltre noi. Solo che questa vita si trova esposta e spesso si muove tra cadenze e movenze di cui non sempre siamo padroni.

Ecco: l’autunno ci insegna che siamo foglie dello stesso albero, e che quando cadiamo non lo facciamo mai da soli. Ci insegna la distanza per lasciare essere le cose senza violarle. Ci insegna la lentezza per gustare le cose nel tempo giusto in cui bisogna aspettarle, per averle e per darle. Ci insegna la sapienza della fine. Della fine che non finisce, ma che soltanto nasconde un inizio che ha da avvenire. L’autunno ci insegna che del tempo non siamo padroni, ma solo ospiti e custodi.

Perciò, buon autunno a tutti!