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  La croce ci sorprende.

Sulla croce l’amore rompe il connubio kantiano tra Bene e ragione. Spezza la loro corrispondenza. In Kant il Bene è proporzionale alla conoscenza che se ne ha. Sulla croce, il Bene è talmente elevato che riesce a perdonare anche chi non lo conosce. Il Bene della croce supera il Bene della ragione. Il Bene circoscritto nella Legge morale di kantiana memoria. Ancora una volta la ragione non capisce, e si arrende. Si può solo stupire.  «Sul calvario non si ragiona, si contempla» ((Primo Mazzolari, Tempo di passione. Meditazioni per la settimana santa, Paoline, Milano1995, p. 75).

Che cosa è costato di più a Dio? La redenzione o la creazione? «La redenzione è un’operazione più costosa della creazione» (p. 81).

Sulla Croce la ragione, il Logos, si trasforma – come direbbe Foucault, in s-ragione, in “de-reason”, la follia. Il razionale in irrazionale. Non per niente Hegel ha parlato di “Venerdì santo speculativo (cfr. G.W.F. Hegel, Fede e Sapere [1803], Conclusione)..     

La Ragione dice “prendi”, il cuore dice “dai”. E’ proprio vero che “il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende” (Pascal).

Ma la logica del cuore è la logica dell’amore che è pronto a dare, a perdersi. La logica cara alla ragione è quella dell’egoismo. Quando il mio Ego domina la mia ragione, difficilmente le ragioni dell’altro trovano posto nel mio cuore. E così l’Ego che domina la ragione, finisce con il  sequestrare anche il cuore. L’esprit de geometrie colonizza l’esprit de finesse. Il calcolo soverchia la tenerezza.

Crocifiggere l’egoismo

Il Calvario rende infelice il mio egoismo. Svela tutto il suo fallimento. Per questo Mazzolari dice che il Getsemani più che deserto è un “frantoio” (p. 64). Non si tratta di fare a pezzi il proprio Ego, ma di ridimensionarlo per fare spazio al proprio Sé, dove anche l’altro è già inserito. Per essere pronti a sposare la logica del dono. Più che far a pezzi il proprio Ego, si tratta di ricomporlo per poterlo offrire e così ritrovarlo nel gesto della propria offerta. .

«L’egoismo non dice mai basta: l’amore ancor meno. Sono due espressioni o avventure del cuore: l’una nel tenere, l’altra nel dare; l’una pretende, l’altra s’immola» (p. 86).

Più che assolutizzarci, ingannandoci, bisogna sprofondare nel vuoto del proprio Ego. Capire che «il perdere è il solo guadagno» (p. 74). In questo modo non divento povero, ma divento ricco. Ricco della mia povertà, perchè «la povertà non è mancanza di denaro, né di successo, ma l’impossibilità di spendermi, cioè la mancanza assoluta di amore» (p. 74).

Rubare Dio

Perché mi hai abbandonato?”. Questa frase, presa in sé, da sola, isolatamente, sembra una bestemmia. Come ha sostenuto Camus. il dolore ha il diritto di trasformarsi in rivolta, in bestemmia. Solo l’amore può trasformarlo in preghiera.  Gesù sulla croce non sta bestemmiando, sta pregando.

E la preghiera più che una rivolta è una consegna. Una rivolta obbediente è un’obbedienza rivoltosa: «Più mi sembra di essere un dimenticato dal Padre, più lo chiamo […] più egli mi abbandona e più a lui mi abbandono» (p. 90).

Il grido di Gesù sulla croce non è rivelativo del fatto che sta venendo meno lui, ma è indice del fatto che gli è stato rubato il Padre. «Mi hanno rubato Dio». E’ lo stesso grido della Maddalena che al sepolcro versa le sua lacrime di dolore: «Donna perché piangi?» «Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno messo» (Gv 20,13).

Gesù non soffre per mancanza di fede, ma al contrario proprio a causa della sua fede. E’ la fede il motivo per cui soffre. Non usa la fede per chiedere che gli venga risparmiato il dolore, ma per entrarvi senza perdersi. Per entrare e farlo suio. La Lettera agli Ebrei dice che egli fu esaudito a causa della sua pietà. Inoltre egli non perde la fede a causa della sua sofferenza, ma fa del suo dolore il motivo per un ulteriore abbandono. Sulla croce Gesù trasforma l’abbandono in dono. Egli non è l’abbandonato da Dio ma l’abbandonato in Dio.

Nella tristezza del suo abbandono riesce anche a perdonare per evitare agli altri questa esperienza dolorosa. Per questo riesce a perdonare, per il solo fatto che il perdono è l’amore che vince la tristezza. (cfr. p. 70)

Gesù e la madre

Gesù dona tutto. Dona anche la madre, la sua ultima consolazione. «L’estrema consolazione, non rifiutata, ma offerta» (p. 86). Si è spogliato di tutto; anche della Madre. «La spogliazione è completa: non ha più niente, neanche la Madre» (p. 86)

Maria «non può morire con lui, ma è crocifissa con lui». La morte la si vince solo con il cuore pieno d’amore. Solo amando si vince la morte. Come dice il Cantico: “Forte come la morte è l’amore”.

La croce è ancora oggi l’antidono ad ogni forma di degenerazione che tratta l’umano non come volto e persona ma come merce di scambio su cui giocare e di cui godere. L’uomo  - ogni uomo - vale molto di più.

Un’invisibile eccedenza che ci tocca custodire nel mentre andiamo verso la tomba vuota del mattino di Pasqua.