logo

 Secondo il filosofo sudcoreano di lingua tedesca,Byung Chul Han l’era digitale ci ha portati alla “società dell’Uguale” dove prevale lo sciame. Lo sciame digitale si distingue dalla «massa», dalla «folla» novecentesca per la mancanza di un’«anima» o di uno «spirito». Nello sciame gli individui che si uniscono non riescono a sviluppare alcuna Noi.

Questo aspetto è legato al fatto che internet, portando il mondo in casa, specie gli adolescenti non ci dà i. tempo di imparare a saper stare da soli. Si genera così una doppia solitudine: quella reale e quella virtuale.  

Il più delle volte i social sono un modo fittizio per trovare una soluzione ad una solitudine gestita male. Molti usano il web come via di fuga da un solitudine che non sanno affrontare. Poi però capita che proprio il web piuttosto che risolvere la solitudine la acuisce e la approfondisce. Ti trovi più solo di prima. E così alla solitudine reale si aggiunge un senso di solitudine virtuale.

A tale riguardo una sfida educativa per la costruzione dell’identità consiste nel riuscire ad aiutare i ragazzi a tentare di essere se stessi (con la loro unicità-diversità) anche a costo di non piacere a tutti gli altri. Impedire che pur di arrivare a piacere agli altri e a tutti si rinunci al proprio sé e alla propria unicità. Si tratta di prevenire il processo di omologazione.

Come? Innanzitutto educando all’autoaccettazione di sè. Sapendo però che mio figlio comincerà ad accettarsi solo se si sentirà accettato, riconosciuto. Il primo dono che devono fare i genitori è donare l’appartenenza. Si tratta di educare i ragazzi a saper essere compagni di se stessi, a  saper stare da soli. Non la solitudine dell’isolamento ma la solitudine della gestazione.

Solo chi sa stare da solo è pronto ad accogliere un altro. A fare di sé stesso un dono e non un peso, una sorpresa e non un’abitudine, una progetto e non un gioco. Qualcosa di cui stupirsi e non di cui annoiarsi. Per arrivare a saper donare la propria solitudine. La solitudine non è una condizione da cui scappare, ma una condizione da trasformare in dono da regalare.

E qui arriviamo alla terza caratteristica dell’identità, che è la solidità. Nell’attuale società dell’incertezza essa è stata sostituita dalla liquidità. L’identità è diventata come i fluidi che  prendono la forma del recipiente che li contiene. E il risultato è trovarsi senza forma., mettendo in scena un’identità camaleontica, continuamente costretta a rifarsi. A volte anche a mascherarsi.

Con il venire meno della solidità, viene meno anche la coerenza e la stabilità. Ma anche l’equilibrio. E di conseguenza l’affidabilità. Una persona solida, al contrario, è una persona che sa rimanere al proprio posto, che resiste nel tempo e al tempo, affrontando le diverse situazioni. E’ affidabile e credibile.

Ecco allora un’altra sfida educativa: i nostri figli per avere una certa stabilità, che è soprattutto affettiva e valoriale, hanno bisogno di punti fermi (valori, significati, atteggiamenti, criteri, relazioni). Ma che cosa sono i valori e i principi senza adulti che li incarnano? Ecco perché si ha bisogno anche di adulti stabili, affidabili, solidi, coerenti. Che sanno rimanere al proprio posto. Non solo adulti credenti, ma credibili. E’ questa oggi la vera tragedia: la mancanza di adulti significativi, affidabili, credibili, e quindi stabili.

L’educazione oggi deve passare dal modello puramente  trasmissivo al modello generativo, perché oggi si può educare solo per contagio. (continua….)