Chi non conosce la canzone di Battiato “La cura”. L’uomo è l’essere della cura e la cura è l’essere dell’uomo. Lo ha detto uno dei massimi filosofi del Novecento, M. Heidegger: «L’essere dell’Esserci dev’essere chiarito come cura […] l’Esserci, ontologicamente inteso, è cura» (Essere e tempo, ed. ital., p. 81). L’uomo non si prende cura, non ha cura. L’uomo è cura dalla testa ai piedi. La cura è insita nel suo essere. La cura non va intesa solo in riferimento alla salute e alla malattia. Non va intesa solo in ambito sanitario. Essa va estesa a livello più globale: esistenziale. La cura è farsi carico della vita -  di ogni vita -  fin dal suo nascere, lungo tutto il suo tragitto e fino al suo morire. Perciò la cura rappresenta una dimensione ontologica prima che professionale. Antropologica prima sociologica, etica prima che politica.

L’uomo ha bisogno di prendersi cura perché nasce come un essere incompiuto, caratterizzato dalla mancanza. E di conseguenza è fragile. Esposto. Egli non è solo essere, ma è anche agire come ci ha detto fin dall’antichità Aristotele e nel Novecento H. Arendt. L’uomo non è solo un dato ma anche un compito. Per questo la cura è il modo con cui l’uomo si porta a compimento. Si umanizza. Diventa sempre più uomo.

Se l’uomo è un insieme di possibilità, egli è chiamato a prendersi cura di tali possibilità. Infatti, tra le possibilità l’uomo sperimenta anche la possibilità di poter non essere. Prendersi cura significa evitare l’esperienza di questo possibile non poter essere. Cioè del nulla, del non senso, della caduta nel regno dell’insignificanza, dell’abbandono, della solitudine, della sconfitta, della perdita, della morte.

La cura dà forma alla nostra umanità. Dà forma non solo a chi la riceve ma anche a chi la offre. Infatti, chi cura si umanizza insieme a chi, curato, viene umanizzato. Colui del quale siamo chiamati a prenderci cura ci offre l’occasione per umanizzarci.

La cura porta a compimento la nostra dimensione di alterità. La nostra dimensione relazionale. Essa presuppone il riconoscimento dell’alterità dell’altro. Della sua dignità e del suo essere persona. Cioè tratta l’altro come depositario di diritti inalienabili che nessuno può violare. Per questo l’altro, nella relazione di cura va sempre trattato sempre come soggetto e mai come oggetto, mai come mezzo ma sempre come un fine, mai come un costo ma sempre come risorsa. Per questo curo l’altro nella sua totalità e nella sua globalità. Dire questo oggi è importante per arginare il rischio della mercificazione, della strumentalizzazione e della reificazione.

Da ultimo, in ogni atto di cura noi esprimiamo il nostro senso comunitario. La cura anche quando viene compiuta da un singolo uomo, non è mai un atto individuale ma sempre un atto comunitario. “Ti curo in nome e per conto della comunità a cui io e te apparteniamo”. Apparteniamo l’uno all’altro.  Da sempre. Inclusi e mai esclusi. Coinvolti. Reciprocamente responsabili l’uno dell’altro. Per questo ogni atto individuale di cura è un atto comunitario di cura. Non si ha il diritto di stare bene da soli, come non è giusto essere lasciati soli nel periodo delle nostre malattie. Come dice S. Paolo, quando un uomo soffre, tutti gli altri soffrono con lui.  Siamo tutte membra di uno stesso corpo.

Per questo ogni atto di cura è un atto in primo luogo esistenziale, in secondo luogo è un atto etico, in terzo luogo è un atto politico. Da ultimo è un atto professionale, dove in gioco ci sono competenze specifiche proprie di chi viene deputato a tale compito dall’intera comunità. E se una comunità si prende cura di ogni membro, allora si prende davvero cura di se medesima.

Come dice un vecchio Talmud citato dal filosofo Levinas: “Se non rispondo io di me chi risponderà per me? Ma se rispondo solo di me, sono ancora io?”.

Ecco allora la questione della cura: rispondere dell’altro per rispondere anche di se stessi.

  • Relazione tenuta dal prof. M. Illiceto al Convegno della pastorale sanitaria della Diocesi di Manfredonia-.Vieste-S. Giovanni Rotondo