Il tempo in estate si allunga, e proprio per questo rischia di spezzarsi, di disperdersi. Si ha bisogno quasi di accorciarlo per viverlo meglio. Per non perderlo e, in esso, non perdersi. Ma che cosa manca al tempo oggi? Alcune analisi molto belle svolte dal filosofo sudcoreano di lingua tedesca Byung Chul Han in uno dei suoi ultimi libri dal titolo Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose (Ed. Vita e Pensiero 2018) cercano di rispondere a questa domande.

Secondo Han, al tempo manca un ritmo che dia ordine.  La crisi del tempo – scrive il nostro -  non è dovuta all’accelerazione, ma a una profonda discronia. Il tempo si agita perché non ha una meta, e quando è agitato disorienta. Quello che oggi noi viviamo è un tempo “atomizzato”, per cui viene meno la “durata”. Ecco allora il nostro problema: che le cose accadono ma non durano. Nulla resta di ciò che accade, perché tutto inesorabilmente viene spazzato via.

Il postmoderno ha frantumato due visioni tradizionali del tempo: quella che lo vede come un contenitore e l’altra opposta che lo vede come contenuto. Come a dire che se il tempo nulla contiene, a sua volta nulla lo contiene. La conseguenza è che la vita che viviamo si trova ad essere “orfana” di tempo. Eppure ci pare di poterlo quantificare, sfruttarlo, manipolarlo, inseguirlo e a volte anche fermarlo, ma in tutte queste operazioni il tempo rimane comunque inafferrabile, disegnando un vuoto che si rivela sempre più incolmabile. E questo accade perché non solo ci manca la durata, ma anche la profondità, cioè un luogo al quale ancorare le cose e le vicende per non permettere al divenire e al continuo fluire di cancellarle.

Ma qual è il sottofondo di tutta questa crisi del tempo non dovuta tanto alla accelerazione ma alla discronia? Secondo Han responsabile di ciò è l’atomizzazione del tempo che a sua volta produce un’identità atomizzata. In fondo il tempo atomizzato è il tempo del’io, dove ciascuno ha solo se stesso. Al tempo di oggi, fortemente atomizzato manca l’altro del tempo. Manca (citando Levinas) l’Altrove. Manca l’oltre. Al tempo dell’io manca l’altro. Il tempo dell’altro. Socialmente parlando questa condizione crea molti e seri problemi di atomizzazione sociale, in quanto non esiste più il tempo comunitario.

L’estate, dove il tempo si allunga rischiando di frantumarsi e di atomizzarsi ancor più, cerca persone capaci di salvare il tempo. Come? Anzitutto capendo che cosa esso è. In questo forse ci può venire incontro la grande lezione di S. Agostino che definì il tempo come distensio animi. Attualizzando questo detto agostiniano penso che si possa definire il tempo come la forma che la nostra anima conferisce al divenire. E dove nasce tale forma se non dentro di me, nello spazio sacro della mia interiorità?

Per salvare il tempo  -  e le cose e le persone che in esso accadono - dobbiamo trovare questo luogo in cui tale forma viene forgiata. Tale luogo è la nostra interiorità. Chi assolutizza il tempo lo perde. Chi se ne fa custode lo trova. Ma per diventare custode di te e delle cose devi rientrare in te stesso. Necessita di uno stile di vita non più basato sulla pura vita activa (tanto esaltata dalla Arendt) ma sulla vita contemplativa. E la contemplazione è lo sguardo del cuore che le cose non le tratta come beni o eventi da possedere, ma come accadimenti da custodire.

Salvo il tempo portandolo in me. Raccogliendomi da ogni istante che si dilata, per renderlo intenso, breve ma profondo, dove ogni istante è unico, irripetibile e non noioso e ripetitivo, abitudinario. Non stancare il tempo per non stancarti nel tempo. C'è solo un modo per salvare il tempo: portarlo dentro di te, per dare forma a tutto ciò che accade.

L’estate è il tempo per salvare il tempo. Per profumarlo, sapendo che il profumo è il sapore che le cose acquisiscono attraverso quei nostri sensi che ricevono forma dalla nostra anima. Chiamatelo pensiero, intuizione, riflessione. Indugiare sulle cose e su di noi è il miglior modo per ridare tempo alla vita.

E allora buona estate e buon profumo del tempo!