GESU’ E LE DONNE (PARTE SECONDA) - LA SAMARITANA. IL POZZO CHE CI PORTIAMO DENTRO* Di Michele Illiceto

Anche nel brano della Samaritana ancora ora una volta troviamo un Gesù che è in viaggio. In cammino. Per strada. Senza luogo. Figlio di ogni luogo. Accogliere Gesù è accoglierlo mentre è in cammino, in movimento verso l’umanità. E’ accoglierlo mentre è in cammino, accogliendo il suo stesso camminare, la sua meta, il suo viaggio. Come? Mettendosi in viaggio con lui. Ponendosi sulla strada da lui percorsa.

Questa volta il vangelo ci presenta un Gesù molto umano, anzi troppo umano come direbbe Nietzsche, e apparentemente poco divino. E invece no. Proprio qui sta la sua divinità: nell’essere profondamene umano. Più è umano più è divino e viceversa.

Il vangelo ci presenta un Gesù  che porta i segni della stanchezza e della fatica. Sente il caldo e si ferma assetato. Appare totalmente immerso nelle vicende umane. Spoglio di ogni potere divino. Il Vangelo coglie Gesù nell’ora più difficile della giornata: a mezzogiorno. Sotto il peso del tempo.

Costretto dalla stanchezza e dalla fatica oltre che dal caldo si ferma al pozzo. Due aspetti rilevanti emergono qui: la fermata e il pozzo.

La fermata. Dio fa suo il tempo umano. L’umanità diventa una stazione dove è posta la fermata per un Dio in cammino. L’uomo ha il potere di far fare una fermata a Dio. Fargli fare una sosta. Come nella parabola del Buon samaritano: anche lì Gesù (il buon samaritano) si ferma per chinarsi sull’umanità ferita.

Il pozzo. Luogo di incontri ma anche di scontri, il pozzo è crocevia di strade e di storie diverse. Crocevia di relazioni. Luoghi di volti che si interfacciano. Al pozzo ci va chi ha sete. Gesù entra nella sete della donna e ci entra con la sua sete. Il pozzo è il luogo dove si incontrano due tipi di sete: la sete dell’uomo e la sete di Dio. Una serie di domande da subito emergono: noi a quale pozzo ci fermiamo? E i nostri pozzi sono pieni o sono vuoti? E se sono pieni di che cosa sono pieni?

Al pozzo Gesù infatti incontra una donna. Ancora una volta una donna. Toccava infatti alle donne il compito di andare ad attingere l’acqua al pozzo. 

All’inizio del dialogo emerge già una discrepanza: Gesù è disarmato mentre la donna è attrezzata. Ingenuo Gesù, perché va al pozzo ma non ha strumenti per attingere acqua. La donna invece è fornita di brocca. Un Gesù disarmato incontra una donna al contrario ben attrezzata.

Il vangelo ci presenta questo episodio come un appuntamento. Gesù ci va come se dovesse incontrare qualcuno. Infatti Lui arriva per primo. Si ferma e aspetta. Lo troviamo che arriva e si siede. Come di chi vuole intercettare l’andare di qualcuno. Dio ci precede sempre e noi quando arriviamo siamo sempre in ritardo. Sembra un mendicante in cerca di accoglienza. Sulla nostra strada spesso Dio si fa trovare come uno straniero che seduto ci aspetta per intercettarci.

Appena giunge una donna samaritana Gesù per primo le rivolge la parola. Qui Gesù rompe tutti gli schemi. In primo luogo rivolge la parola ad una donna. Cosa inusuale per allora. E per di  più ad una donna samaritana, cioè ad una straniera. Gesù annulla due distanze: l’essere donna e l’essere straniera. Entra nel doppio scarto di questa figura. Abbatte i muri del sospetto e del conflitto.

Il dialogo comincia con una richiesta. Una dichiarazione di povertà e di fragilità da parte di Gesù. Comincia così quello che io chiamo il metodo maieutico di Gesù. La richiesta è “Dammi da bere”. E’ un atto di riconoscimento verso ciò che la donna può fare. Lei ha il potere di dare da bere. Gesù mette al centro la donna. La mette di fronte a se stessa e a ciò che è in potere di fare. La celebra. La valorizza. La incensa. La rimette in piedi. La elegge. E’ come se la stesse mettendo su un piedistallo. E’ come se le sesse dicendo: “Sai chi sei? Tu sei colei che può dare da bere ad un uomo. Puoi salvare una vita”. Parte da quello che la donna può dare e non da quello che la donna non sa fare. Parte da quello che ha e non da quello di cui manca. Dalle sue ricchezze e non dalle sue povertà. Gesù non sale su di un piedistallo, ma vi scende.

Per la prima volta forse quella donna non si sente giudicata, ma valorizzata. Accolta. Gesù che sta per chiedere di essere accolto, lui per primo accoglie. Si lascia accogliere accogliendo. E accoglie la donna così come ella è. Non guarda ai suoi fallimenti ma al fatto che può riscattarsi dando da bere ad uno straniero.

Gesù si fa accettare. La donna infatti risponde e non lo manda a quel paese. Questo accade perché Gesù la incuriosisce. Sa suscitare in lei stupore e meraviglia mista però anche a perplessità. A qualche dubbio. Gesù la provoca. In questo modo la costringe a venire allo scoperto. A uscire da se stessa e a mettersi  in gioco. Non da contenuti ma offre opportunità. Crea eventi. Trasforma un banale incontro in un kairos.

Lo sguardo di Gesù comincia ad entrargli dentro. In tal modo la donna comincia a guardarsi con gli occhi di Gesù. Uno sguardo parallelo al suo si insinua nel profondo del suo cuore. Guardandosi con gli occhi di Gesù comincia a vedere cose che non ha mia visto. Gesù fa questa richiesta per aprire in lei orizzonti nuovi. Dischiudere possibilità non più credute. Smuove il terreno intorbidito del suo cuore. E le dice: “Dammi da bere”. Cioè “ospita la mia sete”. “Guarda oltre”. Forse c’è un pozzo nella donna che la donna non sa di avere. E Gesù è lì pronto a scoperchiarlo. Gesù in noi apre pozzi che sono rimasti chiusi chissà da quanto tempo.

Ma la donna è ancora perplessa. E’ arroccata. Prigioniera del suo passato e della sue convinzioni oltre che dei pregiudizi. E ancora chiusa dentro di sé. Come è difficile entrare nei cuori delle persone specie quando sono persone ferite. La donna comincia ad opporsi. Per questo ribatte subito dicendo «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». Erige difese, trovando la scusa del fatto che due stranieri non possono incontrarsi. Forse vuole evitare di incontrare lo straniero perché non vuole incontrare se stessa diventata da tempo straniera a se medesima. Vorrebbe ancora una volta scappare come ha fatto fino ad allora, ma Gesù la inchioda alle sue possibilità che lei comodamente invece ignora. “Non ho nulla da darti. Son una donna e sono samaritana. Che cosa potrei dare io a te?” Quando Dio ci chiede di più ecco che subito troviamo la scusa che non abbiamo nulla da dare e che il poco che abbiamo basta appena per noi.

Comunque la donna esce allo scoperto. Ed era quello che voleva Gesù. Far nascere in lei le domande. Decostruirla, Destrutturarla, Smantellare in lei il falso impianto di una religione sbagliata. «Chi sei tu per chiedere da bere a me?» O meglio «Che autorità hai per porti al di sopra della tradizionale diatriba tra noi samaritani e voi giudei? Forse tu sai qualcosa che noi non sappiamo e che neanche io so?». «Forse Tu sai qualcosa che io non so. Che cosa sai che io non so?». Gesù chiedendo a lei samaritana voleva dire che quel pozzo non era né dei giudei né dei samaritani, ma di chiunque scopre nel suo cuore una sete che è universale.

Gesù ha raggiunto un secondo obiettivo: risvegliare nel cuore della donna una domanda antica. Fare di Dio un problema e non la soluzione. Fare di Dio una domanda e non una riposta. Perché quando Dio diventa risposta allora la possiamo anche manipolare a nostro piacimento e cambiare di segno. Gesù invece qui si presenta come uno che  è lì a sgretolare le sue certezze. Gesù comincia a fare deserto nel cuore di questa donna pieno di regole e di certezze astratte e barcollanti. E forse proprio per questo regole che lei stessa ha trasgredito.

Ma ecco il terzo livello del dialogo: Gesù problematizza ancor più in profondità. Getta scompiglio. Destruttura l’animo della donna con una affermazione criptica ma rivoluzionaria. A metà strada tra il detto e il non detto. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».  La donna per la prima volta sente un parola mai udita.

E’ qui il capovolgimento. Il Dio che sai non è il Dio che cerchi. “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Gesù rivela alla donna che c’è qualcosa che non sa. Due cose la donna non sa: “il dono di Dio” e “chi è colui che ti chiede da bere”. Le due cose coincidono. Perché il dono  di Dio è Lui . Lui che chiede da bere. Si può conoscere Dio e non conoscere i suoi doni. O il fatto stesso che Dio non è un Dio che chiede ma un Dio che dà. Un Dio-dono.

Tu stessa gli chiederesti da bere”. Ecco un altro profondo capovolgimento. In questo modo Gesù sposta l’attenzione: dalla sua sete alla sete della donna. Dal tipo di acqua che può dare la donna al tipo di acqua che invece potrebbe dare lui. Comincia lo scontro-confronto tra due tipi di sete e tra due tipi di acqua: quella della donna e quella di Gesù. Qui Gesù fa capire due cose: che anche lui ha un’acqua e che tale acqua è sconosciuta alla donna; e poi che la donna ha una sete che la sua acqua non può dissetare. Una sete che non sa di avere. Gesù risveglia questa sete. Ecco il percorso che vuole far fare alla donna: passare da un tipo ad un altro tipo di sete.

Qui la maieutica di Gesù raggiunge un altro livello del cuore della donna, perché ora la donna è incuriosita. E perciò è come se si chiedesse:«Di quale sete sta parlando quest’uomo e di quale acqua è depositario?» Gesù comincia a rivelare qualcosa di lui partendo dai bisogni della donna.  Comincia a crearsi un varco nel cuore della donna. Costringe la donna a rientrare in se stessa per scorgere una sete di cui non sa di a ere ma di cui è portatrice. La donna è come sconvolta. I suoi dubbi aumentano. E’ belo vedere questo Gesù che fa venire i dubbi.

Il dialogo continua a proposito di questa acqua e di questa sete. E’ come se dicesse: “Sono io la tua sete”. Risveglia in lei una sete di autenticità, di verità, di trascendenza….e quindi di eternità. “Chi beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, invece chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete”. Gesù qui apporta due rivoluzioni, due grandi cambiamenti. Cambia la sete e cambia l’acqua. E’ come se dicesse ad ognuno di noi: “Di che cosa hai sete?”. A volte il problema non è sbagliare acqua, ma sbagliare sete. Dimmi di che cosa hai sete e ti dirò chi sei.

Poi continua dicendo: “Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna”. Ecco compiuta la rivelazione: “Posso trasformarti in sorgente. Devi solo bere da me”. Gesù comincia a capovolgere tutto: “non sarò io a bere da te ma sarai tu a bere da me. E se berrai da me altri potranno a loro volta bere da te”.

Ma la donna non è ancora pronta per capire la proposta innovatrice di Gesù. Allora ecco Gesù che sferra il colpo decisivo. Capisce che deve toccare altre corde. Deve entrare nella vita di questa donna. Nel suo vissuto. Nella sua storia. Nelle sue fragilità. Nelle sue frustrazioni e anche nelle sue false gioie.

Per tale motivo a questo punto non si nasconde più. Va diritto al cuore. A questo punto è Lui che pone una domanda. Solo che questa volta la domanda che egli pone cambia registro: dalle regole e dalle idee astratte si passa alla concretezza della vita. La mette di fronte ai suoi problemi e alle sue scelte. E come se dicesse: “A che serve sapere chi è Dio se poi sbagli strada e non capisci la tua sete?

Per questo le dice: “Va a chiamare tuo marito”. Furbo Gesù. Con questa provocazione costringe la donna a fare i conti con i suoi affetti, con le sue relazioni, con il suo corpo, con il suo cuore, con le sue emozioni e i suoi sentimenti più intimi. Con la carne ferita della sua storia. Con i suoi fallimenti. Gesù conosce la storia della donna ma aspetta che sia lei a raccontarsi e a sfogliare il libro della sua vita per capire dove si trova. Gesù fa questo perché sa che è nelle pagine di quel libro scritto male che la donna troverà nascosta la sua sete. Gesù accompagna la donna in questo suo viaggio interiore. Non prende il suo posto. Non si sostituisce. Non fa proselitismo ma fa accompagnamento. Aiuta la donna a fare discernimento.

Ora, la donna che aveva cominciato a guardarsi dentro si guarda ancora meglio. Gli occhi di Gesù le sono entrati dentro. Si guarda con gli occhi di chi vuole rivelarle un amore che non ha mai incontrato ma che ha sempre cercato. “Non ho marito”. E’ come se dicesse “Mi metto con chi capita”. Oggi li chiameremmo “legami liquidi”.

Nel cuore della donna Gesù vede che si annida un pozzo dove sosta un amore malato..Gesù vi entra per cambiare quel pozzo in sorgente per far sì che nasca un amore nuovo. Diverso. Pieno. Libero e liberante. Gesù libera l’amore dalla paura di donarsi.

Ora la donna è stata conquistata pienamente da Gesù. Lo riconosce come profeta. E’ già pronta ad ascoltarlo e a seguirlo. Per questo comincia a porre domande serie e cruciali. Domande complicate: chiede del messia. Chiede chi ha ragione e chi ha torto.

Gesù ha ottenuto il suo scopo: aprire nel cuore della donna uno spazio dove essere accolto nella sua piena rivelazione: “Quel messia che tu aspetti e che tu cerchi sono io”. “Sono Io”…significa che “Io sono colui che sono”. Cioè “Colui che ti è accanto”. O anche “Colui che cammina al tuo fianco”.

E così Gesù conduce la samaritana dal pozzo di acqua alla sua persona quale sorgente della divinità. La samaritana ha incontrato il messia. L’unico pozzo la cui acqua disseta per sempre. La Samaritana ha incontrato la Luce della vita e ora la sua esistenza cambia del tutto.

*Lectio che il prof. Illiceto ha tenuto ai giovani della Diocesi di Taranto

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