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 L’estate, specie al sud, è ricca di feste patronali, di novene e di riti religiosi che hanno nella devozione popolare un loro punto di appiglio che sembra resistere a quel processo di secolarizzazione che altrove sta dichiarando la fine della religione. Ma ciò che trapassa di una religione è solo la sua parte sbagliata. Al contrario, quando questa è autentica non c’è tramonto che possa segnarla. Non c’è solo devozione nelle nostre feste patronali, c’è anche altro che ogni tanto emerge e va oltre gli stretti confini della pura realtà ecclesiale.

E’ vero però che troppo spesso e per troppo tempo siamo stati abituati a vedere e a vivere le nostre feste patronali come un fatto puramente religioso. Una sorta di  bigottismo sterile e infecondo che tradiva il messaggio autentico del cristianesimo evangelico, solo perché fondato su dualismi anacronistici che si nutrivano della separazione tra vita spirituale e le reali condizioni materiali, tra culto da rendere a Dio e servizio da dedicare all’uomo in termini di giustizia e carità.

Come se la religione fosse sganciata dalla vita sociale e dai problemi reali della vita quotidiana. Una religione che il filosofo L. Feuerbach vedeva giustamente come una forma di “alienazione” e K. Marx definiva in maniera opportuna come “oppio dei popoli”, cioè uno strumento nelle mani dei ricchi e dei potenti per addomesticare le masse ignoranti, per assopire le coscienze in modo da avere campo libero nella gestione del potere senza che nessuno si potesse ribellare.

Era questa una visione della religione che, anche se rifletteva le condizioni storiche di un certo cristianesimo ormai datato, non corrisponde affatto al messaggio evangelico che invece vede un Gesù di Nazareth usare la religione come critica sociale e come risveglio delle coscienze, come una vera propria liberazione interiore dalle radici del peccato che possono essere non solo di matrice individuale ma ancor più sociale, specie se si trattava di ridare dignità alle persone, in particolar modo agli ultimi, ai diseredati  e agli sfruttati.

Su questa linea, e sulla scia già tracciata dal compianto Mons. Michele Castoro, si va ponendo in questi suoi primi mesi di episcopato il nuovo arcivescovo della diocesi di Manfredonia-Vieste-S. Giovanni Rotondo, Mons. Franco Moscone.

Lo ha fatto nel messaggio proclamato alla fine della processione in onore della Madonna di Siponto, quando, invitando la città di Manfredonia a “rialzarsi” ha sottolineato che “Il rispetto e promozione della legalità è un punto focale per il nostro territorio garganico tanto come società civile che ecclesiale”. Per Padre Franco Moscone “Il crescere esponenziale di azioni violente, fino agli omicidi ed alla sparizione di persone … non ci possono lasciare silenti”.

Come a dire che la legalità non è un regalo che dobbiamo aspettarci che venga dall’alto dei poteri,  ma è patrimonio di tutta una comunità e si costruisce dal basso tramite meccanismi di partecipazione e di cittadinanza attiva e resposnabile. Più che un regalo o una concessione è un impegno che coinvolge tutti a vario livello: culturale, educativo, sociale e vivile, politico ed economico. E anche religioso!

Per questo motivo per Padre Franco Moscone “Denunciare l’illegalità è un dovere”. E ancora di più “lo è il farsi protagonisti di gesti di legalità, partendo da quelli che, scorrettamente, possiamo giudicare meno significativi”. Per il vescovo la legalità comincia dai gesti di vita quotidiana: “Se non rispettiamo la legalità diventa inutile lamentarsi per la carenza di lavoro o per la desolante fuga dei nostri bravi e volitivi giovani in altre regioni italiane ed europee per studio e attività professionali. Al di fuori di un recupero della legalità, infatti, non c’è spazio per lo studio serio ed il lavoro onesto che producono a loro volta ricerca e novità lavorative-occupazionali”.

Da qui la necessità di educare e soprattutto di educarci al rispetto delle regole cominciando da quelle più piccole  che riteniamo siano le più ovvie. “Educare alla legalità significa innanzitutto prendere coscienza della realtà per quello che è, senza nascondersi dietro false etichette, paure, morosità e sterili lamentele, cercando di innescare processi positivi nelle imprese (che esistono nel nostro territorio e sono capaci di progettare), nelle scuole, nelle associazioni, nei gruppi di riferimento a cui ognuno a titolo diverso aderisce. Manfredonia non perdere la speranza, ri-alzati decisa sul fondamento della legalità”.

Nessuno si aspettava che alla fine di un evento religioso quale una processione si potessero ascoltare parole così forti su questioni sociali che interpellano i cittadini prima che i credenti, ma anche la politica e di riflesso l’impegno di tutte le forze sociali e civili della città. Finalmente si capisce che il vangelo ha una sua dimensione sociale che davvero può rovesciare i rapporti di forza falsamene costruiti su privilegi e soprusi.

Lo stesso è accaduto ieri a Monte S. Angelo, durante la festa in onore di S. Michele. In questa occasione Padre Franco ha esordito dicendo che non solo la mafia garganica ha una sua specifica connotazione, ma soprattutto che "Chi è nella mafia pensa di essere libero ma in fondo ha un piede nella fossa e uno legato alla catena...pensa di assoggettare ma in fondo è assoggettato". Padre Franco ha invitato i mafiosi locali a “convertirsi” non solo a Dio ma anche all’uomo, a quella legge morale che secondo il filosofo Kant si trova in ognuno di noi, anche in chi momentaneamente l’ha sospesa e tradita compiendo atti criminali.

E così il risveglio delle coscienze è stato avviato. Chi voleva una chiesa rintanata e chiesa in sacrestia è rimasto deluso. Tale processo è cominciato e ha preso avvio dalla chiesa che promuove nelle persone un cammino di liberazione da tutti quegli elementi di cui si fa forte la mafia, e cioè dalla paura e dall’omertà, dall’inerzia e dalla rassegnazione, dall’isolamento e dall’indifferenza verso tutto ciò che è pubblico e sociale. Soprattutto dalla falsa idea di uno Stato percepito come lontano, assente, se non addirittura come nemico da combattere e da eludere.

Ora tocca ai partiti, ai movimenti, ala cultura, ala scuola, alle associazioni, alle parrocchie riprendersi il territorio. Ma soprattutto alle singole persone come credenti ma specialmente come. Tutte le coscienze vanno accompagnate in un cammino di maggiore consapevolezza sociale e civile per estirpare le ragioni socio-storiche e culturali che hanno permesso il radicarsi di questo male che in fondo non è così potente come appare, ma che al contrario mostra già segni di debolezza e che pertanto può essere combattuto insieme e con speranza.

Se la forza della mafia è la nostra divisione, allora la nostra coesione sarà l’arma con cui combatterla per vincere in termini di legalità, civiltà e cittadinanza.